La Rocca Perugina

2 Via Vittorio Veneto Città della Pieve

Ottieni indicazioni

Chi entra in Città della Pieve da via Vittorio Veneto resta colpito dalla severa mole della Rocca Perugina, edificata in forza di un bando emanato il 18 dicembre 1326 dal governo della città di Perugia, al fine di agevolare il controllo, da parte della propria guarnigione, della riottosa popolazione locale.

La Rocca, progettata dall’architetto senese Ambrogio Maitani in collaborazione col fratello Lorenzo, fu adagiata alla oggi non più esistente Porta Perugina.

In origine circondata da un fossato con un ponte levatoio e una palizzata, fu munita di ben cinque torri (ribattezzate “Maestra”, “del Castellano”, “del Prato”, “del Frontone” e “dei Maitani”), sufficientemente alte da poter avvistare Perugia, permettendo così segnalazioni con il fuoco. Nell’ampio cortile, fu realizzato un pozzo, al fine di consentire alla guarnigione un costante approvvigionamento d’acqua in caso di assedio.

Ulteriori lavori (soprattutto di restauro, a seguito di nuove sommosse) si susseguirono nel Quattrocento. Poi, nel 1529, la Rocca perse la sua funzione militare e divenne sede dei Governatori perpetui di nomina pontificia. Le torri, un paio delle quali abbassate, furono adibite a caserma e carcere. Parimenti, fu ivi realizzata una residenza per i governatori.

Durante l’assedio francese del 1527 e quello toscano del 1643, la Rocca subì nuovi danni. 

Intorno alla metà dell’Ottocento, nell’ultima fase dello Stato della Chiesa, la Rocca divenne caserma della Gendarmeria Pontificia, sede postale e Tribunale.

Con l’Unità d’Italia, fu trasformata in carcere mandamentale del Tribunale di Orvieto.

Gli ultimi interventi furono effettuati negli anni Dieci del Novecento, con la demolizione della Porta Perugina e del Palazzo del Governo, lasciando così spazio all’odierna piazza Giacomo Matteotti.

Sulla facciata della Rocca si trova una piccola fontana in marmo contornata da due teste di leone in bronzo che gettano acqua con su scolpita l’epigrafe latina “Sic vos non vobis” (letteralmente, “così voi, non per voi”).

Un’interpretazione, avanzata dal Prof. Avv. Paolo Dell’Anno, rapporta l’epigrafe ad un aneddoto relativo al poeta romano Virgilio. Si narra, a tal proposito, che costui una notte incise su una porta del palazzo dell’imperatore Augusto, senza apporvi la propria firma, le seguenti parole:

«Nocte pluit tota, redeunt spectacula mane:          
Divisum imperium cum Jove Caesar habet
»

(«È piovuto tutta la notte, tornano le meraviglie del mattino:

Cesare ha l’impero diviso con Giove»)

Piacevolmente impressionato, Augusto cercò l’autore per ricompensarlo e come tale si spacciò un certo Batillo.

Virgilio, di nascosto, tornò alla porta e vi scrisse, per quattro volte, la frase “Sic vos non vobis”.

Augusto chiese una spiegazione, ma nessuno, neppure Batillo, seppe fornirgliela. Fu allora che Virgilio, dopo aver ripetuto i versi usurpatigli, se ne affermò quale vero autore.

Quindi completò le quattro frasi nel seguente modo:

«Sic vos non vobis nidificatis aves,

Sic vos non vobis vellera fertis oves,

Sic vos non vobis mellificatis apes,

Sic vos non vobis fertis aratra boves»

(«Così voi, ma non per voi, fate il nido uccelli,

Così voi, ma non per voi, producete la lana pecore,

Così voi, ma non per voi, producete il miele api,

Così voi, ma non per voi, portate l’aratro buoi»)

Il significato era eloquente: talora qualcuno realizza un lavoro, di cui però finisce per ricavarne guadagno un altro.

Così, come i suddetti animali faticano non per il proprio beneficio, anche l’acqua scorre non per sé stessa, ma per gli uomini.